Mi sento così frastornata che scrivere mi richiede uno sforzo di concentrazione al quale non sono abituata.
Generalmente le parole scorrono fluide come i pensieri, ora appaiono come bloccate ad un ingorgo senza che nessuno reclami la precedenza .
Devo decidermi, allora ecco che si fa largo un sentimento di malinconia e riaffiorano alla mente gli scritti di Basile:
“E’ un fenomeno degno di nota, che la maggior parte dei canti popolari, così napoletani, come spagnoli, svizzeri, scozzesi, polacchi, russi, hanno un colorito di mestizia e sono modulati in modo minore (…) La loro cadenza è languidamente voluttuosa e la melodia pare che svanisca a guisa d’un bacio lungo per tanto tempo agognato.”
Non solo le sonorità, ma i temi si ripetono. Subiscono modifiche in base alle diverse fantasie, ai diversi tempi e dialetti, ed è così peri canti, i “conti”, le filastrocche, gli indovinelli. No, non ho intenzione di perdermi in speculazioni sulle nostre origini o sull’evoluzione della metrica, in realtà era una riflessione del tutto intima su come, grazie a questa musica, riesca sempre a trovare me stessa in sguardi che vedono panorami differenti dai miei.

A proposito di sguardi e panorami, vi propongo un racconto; non la versione, squisitamente popolare, raccolta in Pomigliano d’Arco da Vittorio Imbriani (potrete però vederla e ascoltarla dalla calda voce del mio Maestro, Giovanni Sgammato), quanto piuttosto  la storia, poi sceneggiata per il teatro, che nasce da un antico canto narrativo raccolto negli anni settanta alla Marina di Vietri sul Mare dai Cantori popolari Cavoti, diretti da Anna Maria Morgera. A questo canto è legata la leggenda della formazione dei Faraglioni (o Due Fratelli).
L’Auciello Grifone
C’era un vecchio possidente che aveva due figli, un giorno si ammalò e a nulla valsero le cure dei medici, per cui si rivolsero a maghi e fattucchiere, nulla da fare! Una vecchia megera disse che il vecchio si sarebbe salvato soltanto se avesse potuto avere la magica piuma di un uccello grifone.
Continua…

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