BriganteRecita Lina Sastri in “Li chiamarono… briganti” di Pasquale Squitieri:

<< Canto una storia antica, di soprusi, di fatica, di spari e tradimenti […] Canto la mia terra, una terra senza valore, che non si sa il motivo, ma ha sempre un invasore […] Ma io canto! Canto! Canto! […] Canto la rivoluzione di quando la sofferenza aumenta, intossicando l’anima. Dove il peggio è meglio del male. […] Canto una storia antica di ieri e di domani: Gli uomini onesti passano, il sopruso rimane>>.

E quante storie si potrebbero cantare sul loro conto (consiglio agli appassionati del genere un cinespettacolo d’eccezione): “Semplici” banditi e ladroni, impegnati in una lotta fra poveri, o insurrezionalisti e combattenti contro uno stato usurpatore? Non sta a noi riscrivere una storia che inizia già nei secoli Avanti Cristo, con l’impero Romano, e finisce nel periodo postunitario.

Una storia offesa, vituperata, dove vittime e carnefici finiscono per avere lo stesso volto.
Una storia fatta sempre e comunque di fame, miseria.
Una storia raccolta non solo nei libri di storia.
“Canto! Canto! Canto!” si, e da sempre i canti accompagnano le lotte rappresentando, fortunatamente, un’altra forma di trasmissione del sapere: un patrimonio politico e culturale fondamentale!
E quanti ce ne sono! Quelli di matrice più popolare (intendo in questa fattispecie – nati dal popolo – ), e quelli che, seppur nati per commissione, dei canti popolari sono diventati bandiera!

Bisognava creare una musica per i titoli di testa dello sceneggiato “L’eredità della priora” di Anton Giulio Majano (tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello).brigantesemore

Eugenio Bennato, in Bregante se more – viaggio nella musica del sud (Coniglio editore – 2010) scrive:
<< Io e Carlo D’Angiò lavoravamo insieme e una sera Carlo se ne venne con una romantica ballata dalla musica molto dolce e dal testo tenue e sfumato […] Quando andai a farla ascoltare al regista, questi rispose con un ruggito […] “A Bennà ma nun aj capito niente, a me me serve un canto de battajia, questi briganti devono canta’ tutti in coro, capito!? e tutti quelli che sentono ‘sto coro non se lo devono scorda’, me so’ spiegato?” […]

Tornai a casa, raccontai il tutto a Carlo. Ci guardammo in faccia perplessi e sdegnati, poi sorridemmo e pensammo: Majano vole la guerra? E guerra sia!
Il giorno dopo andai alla Rai, presi la chitarra e gli cantai
“Ammə pusatə chitarrə e tammurə
pecché ‘sta musica s’à dda cagnà.
Simmə brigantə e facimmə paurə,
e cu ‘a šcuppettə vulimmə cantà”. >>
Era il marzo del 1979.
Addio Carlo, buona storia, buona musica. Ancora.

Le vostre segnalazioni sono gradite.

 

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