“Habari Jako” (come stai?) è una domanda che pongo a voi lettori nella sincera speranza che tutti possiate rispondere “Nzuri na wewe” (bene e tu?). “Nyema tu” (semplicemente bene) sarà dunque la mia risposta.

Ci stiamo confrontando con la lingua swahili, o, per meglio dire, il KISWAHILI, che è nata molti secoli fa con un miscuglio di arabo ed alcune lingue bantù.

I mercanti di schiavi, attraversando il continente africano dalla costa dell’Oceano Indiano all’Atlantico, avevano la necessità di una lingua franca per poter effettuare i loro traffici ed attraversare questo vasto continente. Con l’avvento dei missionari inglesi e dei colonizzatori europei questa lingua ha assorbito alcuni termini che è facile riconoscere. Il nome Swahili non è una parola bantù, ma araba e significa Costa.

Il Kiswahili è lingua nazionale in Kenya e Tanzania, profondamente diffuso in Uganda, Burundi, Malawi, Mozambico, Rwanda, Zaire (Repubblica Popolare del Congo), Zimbabwe, Somalia e Zambia, pertanto è usato da decine di milioni di persone e per questo considerata Lingua Internazionale d’Africa. Si parla anche in Sudan oramai.

bantu-cartaLa struttura è abbastanza semplice: verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi spesso provengono dalla stessa radice. Similmente a quanto avviene nella lingua italiana. Prendiamo ad esempio la parola ‘bambino’; da questa noi possiamo comporne altre come: bambola, bambinetto, bambinaia e  così via. Cambiando il suffisso alla radice ‘bamb’ cambiamo il significato alla parola. Il Kiswahili ha praticamente la stessa struttura, ma invece di cambiare il suffisso cambia il prefisso che è la parte più importante della grammatica. I prefissi sono usati non soltanto per indicare il plurale o il singolare dei sostantivi ed il tempo dei verbi, formare aggettivi, avverbi e pronomi, ma molte altre cose così che spesso, in una sola parola, si può riassumere un’intera azione; “ninakula”, ad esempio, significa “sto mangiando”. I dizionari si trovano comunque con facilità, ma quello che io consiglio vivamente è quello edito dai Missionari della Consolata che fornisce anche una grammatica accurata.

In Kenya, il paese in cui intendo portarvi al più presto (magari anche in senso letterale se ne avrete il desiderio ed in collaborazione con la Federazione Italiana Survival Sportivo e Sperimentale) se ne parla una versione semplificata, assonante all’italiano di certi film di metà del secolo scorso in cui si sentiva l’africano rivolgersi all’uomo bianco con: ” Tu dire a me buana!”. Ecco, bwana (allitterazione corretta), significa semplicemente uomo, così come Bantu senza accento, e l’uso del verbo all’infinito è dovuto in parte alla scorporazione inesatta del verbo dalla parola/azione e in parte dalla semplificazione Kenyota di molti termini.

Prima di partire facciamoci dunque un piccolo glossario delle parole necessarie, o di quelle che riteniamo tali. Ma non dimenticate assolutamente “Maji (o Magi)” (Acqua) e perchè no, giusto per qualche momento di relax, “Bia” (Birra).

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