“A differenza di molti romanzi, nessuno dei personaggi e degli avvenimenti contenuti in questo libro è immaginario”.

(Ernest Hemingway, avvertenza autografa per “Verdi Colline d’Africa” – 1935)

L’Importanza di chiamarsi Ernesto è la più diffusa traduzione italiana di un testo tetrale di Oscar Wild, The Importance of Being Earnest, che gioca soprattutto sulle parole inglesi “earnest” (onesto, probo, fedele) ed il nome proprio “Ernest” che è il falso nome dato da uno dei protagonisti agli amici londinesi. La morale di quella storia è, in sostanza, che nessuno dei personaggi principali è davvero “onesto” e tuttavia  assolutamente credibile agli occhi dei membri della ricca società vittoriana. E’ il testo che più mi ricorda la differenza tra vero e verosimile, invenzione letteraria e reportage e mi riporta per un po’ in Africa, dove storie vissute e racconti vivono costantemente in bilico tra queste due dicotomie.

maasaiCapita, ad esempio, di entrare in un locale di Malindi e, nel guardaroba, vedere di fianco a giacche e cappotti vari, le lance e gli scudi dei Maasai che giocano a biliardo in fondo al salone! Così come di passeggiare in savana accanto a degli appartenenti alla stessa tribù che alla sera non sanno accendere un fuoco; ti sembra incredibile, ma in realtà questo è, come quasi tutto il resto, compito delle donne. Nello stesso momento il tracker (cercatore di tracce che di nome fa Cambi) del Lualenyi Camp, magnifico posto sulle Taita Hills incuneato nel parco dello Tsavo Est e gestito dagli amici esperte Guide Africane Davide Gremmo e Massimo Vallarin , continua imperterrito a camminare incontro ad una pericolosissima mandria di bufali africani agitando la mano come se davvero servisse a scacciarli. Invece se ne vanno davvero e poi la sera davanti al fuoco Cambi ti fa vedere una profonda cicatrice che gli attraversa tutto il petto: “Me l’ha fatta un leopardo”, dice, rinnovando lo spavento. Soprattutto a se stesso, ma nondimeno a noi occupanti del “Boma”, il tipico recinto di spine protettivo africano Maasai uguale a quello  che occupava lui quando è scampato al macello; che poi è il significato di “Tzavo”, parola della lingua degli antichi cacciatori della zona che da il nome a questo che è il più grande Parco Nazionale del Kenya. elefanti-al-lualenyiAl mattino ti svegli e sei incredibilmente circondato da una mandria di mucche di pastori somali. In savana? Ma come, l’erba è, nella stagione secca e se possibile, più rada dell’acqua! E poco dopo piove e lo fa tanto e così forte da far male. Persino il piccolo laghetto lì vicino,  secco e  così arso dal sole da sembrare un cratere lunare si riempie di acqua e, meraviglia, affiorano ovunque pesci gatto sguazzanti. Arrivano anche gli elefanti attratti all’abbeverata. Maestosi e imponenti come solo quelli africani.

Due giorni dopo nel “civile” insediamento di Msambweni a sessanta chilometri da Mombasa vediamo, alla sera, un Ascari scendere dal Matatu insieme a turisti e indigeni; porta con sé un arco minuscolo e un cilindretto di vetro contenente frecce avvelenate! Va a prendere servizio per difendere dai ladri  una delle tante dimore dei “Coloni” della zona .…………….

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