Pastorizia e dintorni: cosa c’è di più intrigante della Transumanza dei Maasai per aprire nuovi scenari alla nostra curiosità? La transumanza nei secoli non è solo un fenomeno europeo o dell’Asia minore. Anche in Kenya e Tanzania la migrazione delle greggi è una strategia pastorale che si ripete da generazioni.

Si ripete con differenze sostanziali rispetto ai metodi più vicini a noi, incredibili dissonanze che derivano in parte dalle particolari condizioni climatiche presenti in Africa: nelle Zasa (zone aride e semi aride) la massima precipitazione è di 300 millimetri l’anno, per cui l’unico modo per ‘sfruttarle’ è l’allevamento di bovini, pecore, capre.maa-bmaa-00042_gallery_large

Fra Kenya e Tanzania sono stanziati ben 600mila pastori Maasai. I loro tori e bovini pesano ‘appena’ 350-400 chilogrammi, circa un quintale in meno rispetto alle mucche della transumanza italiana. Sono più snelli perché devono camminare almeno 30 chilometri al giorno e bere ogni tre giorni e perché non sempre sono ben nutriti. Altra differenza sostanziale con il bestiame del Centro Europa: i bovini della transumanza dei Maasai producono mezzo litro di latte al giorno, mentre quelli della transumanza molisana, ad esempio, arrivano a 10-15 litri delle mucche di razza podolica e addirittura 60 kg al giorno delle Frisone, la media è intorno ai 30 litri al giorno. Meno latte e anche le oggettive difficoltà nel produrre formaggio e dunque far fruttare la loro attività per la continuità stessa dell’etnia.

Ci sono dei progetti per sostenere i Maasai? Sì, e lo sapremo presto alle nostre latitudini. A Napoli è infatti in arrivo una piccola ma completa rappresentanza del popolo Maasai. Il pastoralismo di questa peculiare etnia, che da sempre evoca sensazioni magiche nell’immaginario degli occidentali, presi da ritmi di vita ormai insostenibili, sarà al centro di alcuni incontri tematici alla fine di ottobre. Interessante sarà soprattutto penetrare i canoni originari di questa popolazione che, secondo la leggenda, discende da Mamasinta ovvero l’uomo che “risalì il grande burrone”.

Il problema di queste popolazioni è che l’invasione delle multinazionali sta via via impoverendo il loro territorio. Oltre un secolo fa furono buttati fuori dagli altipiani di Kenya e Tanzania e ora i pastori dell’Africa centrale allevano bestiame nelle Zasa. I Maasai sono ancora autosufficienti ma per quanto ancora? Ci si potrà fare un’idea il 28 ottobre ascoltando gli interventi dei dottori Giuseppe di Giulio e Lieve Lynen (sua moglie), entrambi veterinari, che incontreranno studenti e docenti del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell’Ateneo Federico II. Non solo transumanze a confronto. Per saperne di più

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