La Isla del Coco (letteralmente Isola del Cocco) si trova al largo della Costa Rica ed è soprannominata l’Isola dei Tesori;  alcuni miei amici del sud Italia stanno per partire per quel luogo ameno dopo una preparazione di circa tre anni. Intendiamoci ci vanno soprattutto in vacanza, ma sono certo che qualche sogno lo coltivano. Io lo farei. In fondo non sono poi infrequenti nella storia dell’archeologia grandi scoperte acquisite, dopo accurati studi, con molta fortuna e da dilettanti (spesso ahimè molto ricchi); è il caso ad esempio di Heinrich Schliemann con la città di Troia ed il Tesoro di Priamo nel 1890. Per capire la “molla” propulsiva per un viaggio esplorativo del genere guardiamo, dunque, un po’ di documenti storici:

(…) mentre nel 1820, infuriava la guerra di indipendenza tra Cile e Perù e l’armata cilena stava per invadere la città spagnola di Lima, gli spagnoli decisero di salvare tutte le immense ricchezze della città imbarcandole sul brigantino inglese Mary Dear, sotto il comando del capitano William Thompson. Il tesoro di Lima includeva inestimabili quantità d’oro, argento e una statua della Vergine Maria con il Bambino in grembo. Tutto questo oro era una tentazione troppo grande per Thompson. Fece quindi uccidere i soldati e il prete, gettando poi i cadaveri in mare; in seguito fece rotta verso l’Isola del Cocco. Approdati sull’isola i neo pirati seppellirono il tesoro suddividendolo in dodici casse. La nave di Thompson venne però avvistata dagli spagnoli che giustiziarono tutto l’equipaggio, eccetto Thompson e un suo compagno, a patto che rivelassero il luogo dove era sepolto il tesoro. Approdati sull’isola, Thompson e il suo compagno riuscirono però a fuggire tratti in salvo da una nave approdata in cerca d’acqua (sembra un po’ la storia di Jack Sparrow e le Tartarughe, ma tant’è riportato). Il compagno morì di febbre qualche mese dopo.

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      Incisione dei pirati sull’isola

Dopo essere tornato a casa, Thompson, continuò a navigare come marinaio semplice finchè non conobbe un navigatore olandese di nome John Keating col quale tornò a casa sua dove vissero per 3 mesi. Lì Thompson, in punto di morte, rivelò a Keating il luogo dove era sepolto il tesoro. Keating fece quindi ben tre spedizioni sull’Isola del Cocco riportando ogni volta a casa modeste quantità d’oro. Raggiunta l’anzianità, anche Keating pensò di trasmettere le proprie informazioni a un tal Nicolas Fitzgerald, che a sua volta le rivelò a un australiano di nome Curzon Howe ricevendo in cambio una modesta somma di denaro. Queste informazioni furono scritte in documenti che oggi sono esposti al Nautical & Traveller Club di Sydney. Il capitano francese Tony Mangel fu uno dei pochi fortunati che ebbe modo di esaminare l’intero carteggio. Tra il 1927 e il 1929 approdò due volte sull’Isola del Cocco e concentrò le proprie ricerche su una grotta occultata parzialmente dall’alta marea, a sud della baia della Speranza. Mangel utilizzò anche cariche esplosive, ma senza risultati e quindi tornò in Francia. Successivamente alcuni cercatori belgi trovarono, nella stessa grotta, una statua della Vergine Maria alta 60 cm e completamente scolpita nell’oro che venne poi rivenduta ad un collezionista statunitense per una cifra enorme. C’è però una discrepanza molto interessante: la descrizione della statua di Nicolas Fitzgerald parlava di un manufatto alto 2 metri e pesante 780 libbre (circa 350 chili!), tempestato di 1.684 pietre preziose, tra cui tre smeraldi che misuravano ben 3 pollici (8,5 centimetri!). Si sostiene verosimile che Keating la abbia trovata, ma essendo difficile da occultare durante il trasporto, la lasciò al proprio posto. (Mah!)

L’ultima ricerca compiuta risale al 1992, ma nel 1998 la N.A.S.A. ha lanciato un satellite nello spazio per scrutare l’Isola del Cocco alla ricerca di un tesoro e questo rivelò che sull’isola esistono in totale 3 giacimenti di oro: due sulla terraferma e uno in mare. La scoperta spinse il governo della Costa Rica a finanziare ulteriori ricerche. Ma non è finita qui: nel 1824, prima di essere impiccato, un pirata inglese di nome Bennet Graham sostò sull’Isola per nascondervi un grande tesoro sottratto al galeone spagnolo Relampago. Queste rivelazioni vennero fornite alle autorità statunitensi dalla moglie di Bennet trent’anni dopo la sua morte. Inoltre dicono sia sepolto sull’isola un altro tesoro appartenuto al pirata William Davies e nascosto nel 1684 (140 anni prima! Vien da riflettere).

I mutamenti idrogeologici, la variazione delle maree e delle correnti, ma forse soprattutto le leggende inevitabili contenute negli scritti, rendono l’impresa certamente improba; non per questo meno affascinante però. Che ne dite, lanciamo un “crowdfunding”? Trecentocinquanta chili d’oro e pietre preziose potrebbero valere la pena anche solo con la ricompensa percentuale dovuta dal governo sovrano; nella speranza di non confermare il postulato di Ivan Della Mea:

“Chi trova un amico trova un tesoro. Chi trova un tesoro se ne frega dell’amico”.  

Pensatemi, nel caso.

Gian Luca Bovero

 

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