Io amo raccontare storie di musica…o storie in cui la musica è una colonna portante…come accade un po’ per tutti; ognuno ha momenti, emozioni, situazioni connotati da canzoni che restano dentro…e se capita di ascoltarle anche a distanza di tempo ci proiettano di nuovo nel tempo in cui li abbiamo vissuti. E ci sono parole che richiamano subito alla mente altre, in un percorso logico…se vi dico: Reggae…in automatico vi verranno in mente Bob Marley e Giamaica.

Oggi la storia che vi racconto parla di un ragazzino meticcio, figlio di un inglese e di una giamaicana di colore che forse più che essere un semplice musicista è stato una sorta di capo spirituale, una icona, tanto che dopo 35 anni dalla sua morte sembra essere ancora tra noi.

Bob Marley è stato la prima star mondiale a provenire dal cosiddetto terzo mondo, connotando la sua musica con una immensa voglia di riscatto e capace di diffondere un messaggio di fratellanza universale; il tutto riuscendo a stare ancorato alle sue “roots”, radici, ma diventando una voce capace di unire tutti…ovunque. La sua non è solo musica, è uno stile di vita, è la lotta contro l’oppressione politica e razziale. Tanto il suo peso politico è stato importante da fargli ricevere, da parte di 500 milioni di africani, la medaglia della pace dalle Nazioni Unite.

Eppure infanzia ed adolescenza erano state estremamente dure sia per il fatto di essere un sangue misto sia per la scarsa statura (entrambe le cose lo rendevano un bersaglio facile), Il tutto in una zona di Kingston da lui descritta cosi: “Trenchtown non è  Giamaica, è  ovunque, è dove sono tutti i diseredati, gli emarginati; perché Trenchtown è il ghetto…è qualunque ghetto di qualunque grande città…”

Ogni storia che vi racconto termina con le note…per oggi vi lascio con il primo successo internazionale di Bob Marley…

“No woman, no cry”

Alla prossima storia…

Fabio Magrì

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