Si chiama ‘ accampanamento ’, termine gergale che non tutti i dizionari della lingua italiana riportano. E’ il momento in cui i mandriani stillano le prime gocce di sudore e le mucche scalpitano, perché il lungo viaggio della transumanza sta per cominciare.

C’è poco da girarci intorno: quello che avviene a poche ore dalla partenza nei recinti delle masserie dei pastori transumanti, è un rito vero e pure una magia. Mettere i campanacci al collo dei bovini è roba da consumati cowboy delle nostre pianure polverose. Quelle del Tavoliere, per esempio.

Subito dopo la benedizione di animali e bovari, nella masseria dei Colantuono a San Marco in Lamis, i due mandriani più esperti isolano una alla volta, una decina di mucche, le bloccano con il lazzo imbrigliandole dalle corna. Altri quattro o cinque uomini prestanti fermano l’animale irrequieto e allacciano il campanaccio. Servono pazienza e vigore per riuscire nell’impresa. La pelle grinzosa del bovino nasconde infatti una forza dirompente, non per niente, per restare in tema di vocaboli, parliamo di collo taurino per evidenziarne robustezza e dimensione.

Le campane delle mucche capo mandria pesano quasi cinque chili. Solo gli animali più vecchi e strutturati sono in grado di sopportare la rumorosa zavorra. La porteranno per quattro giorni, sui declivi più dolci e in salita, verso i monti. Non sarà una fatica inutile visto che il suono dei campanacci funzionerà come una bussola per le mucche che seguono, una specie di segnale acustico sinonimo di sicurezza, anche.

Ad eccezione dei vitellini, tutti gli animali portano il campanaccio, che non è pesante come quello delle capo mandria e che necessita di un ‘accampanamento’ meno complicato. Le tonalità degli strumenti, costruiti in lamiera di metallo, rame o latta ottonata, sono tutte differenti. I pastori riescono a individuare la posizione delle mucche dal timbro degli squilli provocati dai piccoli batacchi, non quando sono in transumanza, naturalmente. In quel periodo, infatti, il rumore di sottofondo è sempre quello, con leggera predominanza dei campanacci più grandi.

A proposito del suono dolce della transumanza, pastori e appassionati al seguito della carovana continuano a sentire il tintinnio indistinto anche nei giorni successivi. E’ il prezzo da pagare per l’esperienza meravigliosa, unica, che hanno appena vissuto tra i pascoli verdi del Molise.

I campanacci dei 300 bovini sono tutti griffati. Non nel senso che sono di marca, s’intende. Sul collare sono incise le consonanti c ed f. Sono quelle del mitico zi’ Felice Colantuono l’uomo a cui più di tutti si deve il tramando della transumanza secondo i canoni pastorali dei nostri avi.

Quelle campane segnate dall’usura, alcune hanno più di cent’anni, sono un simbolo di continuità, un’eredità pesante da trasferire, che risuona nella notte dei tempi. Ma sono prima di tutto uno strumento di lavoro dei pastori vecchi e nuovi: l’avviso che la transumanza sta per partire, quando i cancelli si aprono e i bovini, liberi e forti, cominciano a correre.

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