‘Cantare’ la transumanza a cavallo del terzo millennio è arte di pochi. Serve una perfetta combinazione di fattori: la tenacia dell’uomo prima di tutto, la curiosità dell’inviato, l’occhio del regista, l’estro dell’artista. Elementi che appartengono alla cultura poliedrica di Pierluigi Giorgio, attore e autore di programmi tv di professione, narratore delle tradizioni popolari per vocazione. Di lui vi parlo oggi.

Molisano di Campobasso, Giorgio è un pioniere della rappresentazione di eventi legati agli usi tramandati nei secoli, alla civiltà contadina, un maestro nel campo agropastorale della transumanza, tra i pochi a parlare con cognizione di causa.

La sua avventura sui tratturi comincia nel 1986 come racconta nel docufilm ‘Mal di tratturo’:  “In città e nel mio lavoro d’attore, mi sentivo ormai oppresso, demotivato, abulico. La vita incominciava a scorrermi davanti agli occhi veloce, come attraverso il finestrino di un super-rapido in corsa: non facevo più in tempo a fissarne le immagini, a bloccare emozioni…”. Decide allora per la svolta affettiva e sperimentale della sua vita di uomo dedito all’arte. Abbraccia un progetto in totale solitudine: attraversare i tratturi molisani per rivalutarne lo spessore nella prospettiva storico-antropologica e paesaggistica.

Pierluigi Giorgio“M’infilai gli scarponi e mi avviai: duecentocinquanta chilometri di tratturi a piedi divennero un enorme ininterrotto palcoscenico”. Detta così sembra una passeggiata, in realtà, il bivio di fronte al quale l’artista é chiamato a decidere è di quelli che non si torna indietro: “Cambiare mestiere? O cercare il modo di ritrovare in me la motivazione primaria di quella scelta fatta una ventina d’anni addietro?”. Eccola la scelta che lo porterà tre anni dopo, in tempi non sospetti, a seguire la famiglia Colantuono di Frosolone nel viaggio dalla Puglia al Molise, gli stessi 250 chilometri di transumanza, stavolta in compagnia di mandriani e bovini, che percorre con l’incoscienza di chi insegue ancora se stesso ma in un ambiente un po’ più familiare.

Trent’anni dopo quell’esperienza, che decreterà il suo grande successo come regista di documentari e autore televisivo per trasmissioni storiche come Geo e Geo, Giorgio è ancora lì, sulla via verde che collega Lucera a Castel di Sangro. 

Lo incontro in Molise, a Jelsi, sole al tramonto. Scruto gli occhi sottili che trasmettono uno stato d’animo diverso: disilluso, arrabbiato, polemico. Mi fa notare che in tanto tempo nulla è cambiato, la transumanza, almeno quella vera dei campi e delle strade asfaltate da attraversare pericolosamente, resta una realtà moderna inespressa.

“La salvaguardia di questo patrimonio è affidata alla coscienza di pochi – commenta stizzito – Nel 1986 ero affascinato dall’idea che solo la mia terra fosse la culla di tratturi in buona dose ancora intatti, seppur comunque a rischio; come i koala, i panda o certe forme endemiche florisistiche… A seguito della mia camminata ‘provocatoria’, uscirono libri, s’impiantarono convegni, ma mai o raramente fu data la parola ai veri protagonisti, alle loro frustrazioni, ai loro bisogni – prosegue – Mai seriamente ci si preoccupò della cura e salvezza delle vie di transumanza.

“Consiglio ad alcune menti blateranti a vuoto – ecco l’attondo –  di mettersi gli scarponi, di calpestare cacca di vacca, di fare i bisogni dietro i cespugli, di far sudare le pingui onorevoli pance al seguito dei Colantuono, di affidare il compito di una relazione dettagliata a professionisti seri e coscienti e non sperperare soldi con incarichi fasulli a fantomatici consulenti, di non accontentare questo o quello, di creare ponti con altre culture, di altre tradizioni…”. 

Di strada ne ha fatta Pierluigi Giorgio. Nel senso letterale dell’espressione ha raggiunto le distese bianche della Lapponia, dietro alle renne, e la Provenza delle greggi di pecore sui pendii più ripidi. Dopo il ritorno alle latitudini molisane, oggi riaccende il fuoco, ripensando forse all’esperienza più brillante della sua vita professionale.

La rabbia è a fior di pelle perché, dice: “E’ totalmente inutile continuare a vendere fumo. I politici fanno morire le nostre vecchie autostrade verdi. Quanto prima non si celebreranno più la Feste dei tratturi, ma soltanto le esequie della transumanza: con esse, anche una buona fetta della nostra identità”.

Svegliamoci tutti – è il messaggio – questo è l’ultimo letargo.

Per chi volesse viaggiare nel tempo con Pierluigi Giorgio sulle vecchie autostrade d’erba consiglio i docufilm del 1989: ‘Mal di tratturo’ e ‘La lunga via del cuore’ realizzati per “Geo & Geo”, Rai Tre.

Pierluigi Giorgio

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