L’albero scintillava già con le sue luci, gli addobbi al loro posto e la melodia di “Tu scendi dalle stelle” riempiva casa, mentre ero lì, incantata a guardarli: i pastori-musici, gli zampognari, erano loro, che “prendendo vita ed uscendo dai presepi”, davano via alla magia e accrescevano in me l’ansia… << Che bello, sta arrivando Natale>>!

Nonnina offriva loro un liquore e un dolcino. Se avevano già bevuto mettevano il liquore in una borraccia che avevano sempre dietro, il dolcino invece lo mangiavano subito, impossibile resistere!
Erano sempre in coppia, uno alla zampogna ed un altro alla ciaramella.
Le novene, così come le ricordiamo e siamo abituati a sentire, devono la loro fama al “Regno di Napoli”: è qui che alla tradizione agro-pastorale si sovrappone quella natalizia e presepistica!

Siamo agli inizi del 1700, don Alfonso Maria de’ Liguori raggruppava lazzari e briganti, “la feccia” del popolo napoletano (come scrisse Tannoia) in piccoli gruppi di “meditazione” per portar loro la buona novella. Si passò dalla “setta delle costatelle” (gli incontri avvenivano nei retrobottega, sottoscale etc..) alle cosiddette “cappelle serotine”, che prima di essere irreggimentate, furono animate da laici! In questi luoghi, Alfonso Maria de’ Liguori consegnò alla storia il canto “Tu scendi dalle stelle”, che faceva accompagnare dal suono greve di una zampogna gigante!

Come accennavo e come ci ricordano Giovanni Saviello, costruttore e suonatore di flauti e doppi flauti in canna (anche legno) e ciaramelle, in un progetto che insieme al fratello Zampognaro, Felice Cutolo, portano in giro per le scuole: “ Lo Zampognaro non è solo Natale”!
Più che una vera musica, la zampogna è un rito, officiato da artisti-musicanti che indossano quasi come divisa abiti di una tradizione povera e spontanea nati dalla necessità di coprirsi con pelli e rustici panni preparati alla buona. Il vederli, il sentirli suonare, ci riporta idealmente ad una dimensione inattuale e, forse, emergono talora i ricordi di quando il mondo nomade dei pastori si inseriva di tanto in tanto nelle altre realtà della vita apportandovi la ricchezza della sua cultura tradizionale.

albadueNell’Italia del Nord, nelle regioni appenniniche emiliane o nelle prealpi bergamasche, vi furono in passato in uso strumenti a fiato pur differenti, ma della stessa “famiglia” di zampogne e cornamuse , come la famosa “Piva dal Carner”  che , dopo secoli d’oblìo , si tenta di fare rinascere sulla scorta di un giusto sentimento di nostalgia per le cose semplici e buone. In passato perciò , pur se solo occasionalmente , anche nei paesi e nelle piccole città del Nord Italia , si ascoltava la “piva” dei pastori , componente complementare e fondamentale della vita rurale d’allora. Arrivata fin lì, probabilmente, percorrendo la strada Romea dei tratturi…
Oggi la presenza di un gregge ai limiti di un abitato è vista come un fastidio…  Allora altro che “piva”, altro che “zampogna”: il suono dominante è quello dei clacson delle automobili in coda!
La zampogna, intesa come strumento a otre e come rappresentazione di “un’etnia” , non esiste solo in Italia , anche se il nostro panorama tradizionale offre una diversità notevole di aerofoni ad ancia… Dal bagnèt del bergamasco alla ciaramèdda Siciliana, passando per le zampogne “a palmi” della provincia di Salerno alla ceramedda calabrese, non escludendo la zampogna di Fossalto in provincia di Campobasso. Ogni paese ha la sua “capra che canta”: la Northum-brianpipe ( Inghilterra ) , la gaita e la Sacs de gemecs (Spagna) , la cabrette (Francia) , la Dudy (Cecoslovacchia) , La Mezoued (Tunisia) ecc… (Tratto da : ” SCAPOLI realta’ storiche e culturali di consapevolezza tradizionale” di Franco Izzi)

La Zampogna e la ciaramella sono strumenti di grande cultura. Se essi scompariranno non sarà perché troppo primitivi rispetto al contemporaneo, ma perché troppo complessi e difficili in un’epoca che fa della semplificazione delle procedure uno dei suoi fondamenti. Costruire una zampogna, suonarla, conservarla implica capacità tecniche e sensibilità ormai quasi impossibili da coltivare, conservare e trasmettere. La tecnologia contemporanea annulla totalmente la manualità come risorsa umana (Paolo Apolito)

Riprendo allora un verso di una poesia di Carducci per farci un augurio…

Sono venute dai monti oscuri
Le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente

Destiamoci da questo sonno dunque… Ritorniamo all’essenza!

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