L’uso del velo nella tradizione Cattolica era presente ancora negli anni ’60 del secolo scorso: alle donne era vietato l’ingresso in chiesa se non avevano il capo coperto da un foulard, ed è in uso ancora oggi per le suore di vari ordini tanto che la frase “prendere il velo” significa appunto consacrarsi.

Ma anche le fanciulle che andavano (o vanno) spose portavano un candido velo raffinato e sovente lunghissimo, velo che spesso copriva il volto della sposa e che veniva sollevato solo a cerimonia conclusa, segno del passaggio di stato da nubile a maritata. La stessa Maria, madre di Dio, viene da sempre raffigurata con un velo azzurro, mentre alla Maddalena la tradizione assegna un velo rosso. Su quella che dovrebbe essere la tomba di Iside, vicino a Menfi, fu eretta una statua rappresentante una donna seduta su un trono e ricoperta da un velo nero.

Sulla base della statua vi è incisa questa iscrizione, in latino: “Io sono tutto ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà e 15415901_10209570503452266_234904975_nnessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo.”

Le raffigurazioni di donne velate con il loro simbolismo alchemico, abbondarono nell’arco dei secoli celando in sè stesse gli arcani del loro vero significato attribuitogli dagli autori o commissionari. Esso apparve anche nel mondo greco e quando la condizione della donna prese a deteriorarsi, la donna “onesta” comincia a velarsi per uscire. Questa situazione si riscontra in tutto il Mediterraneo.

Nelle religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam il concetto di coprire la testa fu associato a quello di “sacralità”: coprire la testa significava non subire influenze esterne e rimanere concentrati verso il divino. Coprire un oggetto sacro con un velo ha la stessa valenza e nella stessa magia si usa coprire alcuni oggetti affinché restino “puri”, protetti.

Mīnāb (farsi میناب), Iran, localmente Minow, è la più importante e popolosa città dell’Hormozgan orientale, situata a sudest di Bandar Abbas all’imboccatura del Golfo Persico. Qui le donne Bandari hanno maschere a becco “neqâb” che molte donne del luogo usano per nascondere il volto, al posto del velo, e indossano strati di stoffe colorate sopra ampi pantaloni. Questo abbigliamento riguarda quasi tutte le abitanti del golfo, ma il suo epicentro è nella cittadina di Minab.

15328254_10209570503572269_1830588295_nIl mercato del giovedì, Panjshambe Bazar, è una calca incredibile di avventori, curiosi che si mischiano a urlanti e variopinti venditori ambulanti. Tra questi, le donne Bandari, coi loro sacchi, ceste e piramidi di frutta o verdure. Nessuno sa esattamente l’uso ed il perché di queste mascherine. Alcuni dicono che soltanto le musulmane più ortodosse le indossano, ma l’unica cosa certa è che non si tratta di un fatto religioso. Da alcuni cenni storici sembra che questa usanza risalga dai primi anni del XVI° secolo, con l’arrivo dei primi portoghesi nello stretto di Hormuz.

Quindi, la conclusione più probabile è che da quel periodo (oltre un secolo di occupazione), le donne si siano coperte per non farsi vedere dagli invasori. Il termine hijab deriva dalla radice h-j-b, «nascondere allo sguardo, celare», e indica «qualsiasi velo posto davanti a un essere o a un oggetto per sottrarlo alla vista o isolarlo».

Acquista quindi anche il senso di «tenda», «cortina», «schermo».

Il suo significato é più ampio dell’equivalente italiano «velo», che indica solo un qualcosa che serve per proteggere o nascondere ma che non separa. Si può essere così, coperte e non, in ogni caso il suo scopo più diffuso fu quello di segnalare una proprietà (del maschio) e una differenziazione di status.

Questo significato si confuse e si fuse con il valore protettivo del velo, fino ad indicare, dal punto di vista delle religioni monoteiste, anche ciò che merita rispetto perché sacro.

Gabriella Masullo

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