Per tradizione, ogni anno, fosse “solo pe’ devozione”, come diceva mia nonna, non potevano mancare i susamielli. Oggi quasi del tutto sconosciuti ai giovani.

Nei giorni che precedevano il Natale, a casa sua, perché era lì che si trascorrevano tutte le Ricorrenze, era una Festa di profumi.

<‘A ne’ piglja ‘a farina> -piccola prendi la farina-, che dobbiamo fare i susamielli per gli zampognari, dolce nonnina mia! Erano i primi dolci ad essere preparati. Gli zampognari incominciavano già all’Immacolata a scendere nei Paesi, ed anche perché, questi antichi biscotti, più passavano le settimane, più erano buoni da inzuppare nel vino.

La tradizione voleva che ci fossero vari tipi di susamielli. Quelli ricchi, quelli poveri, quelli per i preti e quelli dedicati agli zampognari. Quelli che ancora oggi alcune pasticcerie napoletane preparano, sono i susamielli ricchi, nati, si racconta, dalle mani delle Clarisse del convento di Santa Maria della Sapienza, di Sorrento.

Dobbiamo fare un bel salto in Grecia per risalire alle origini di questi dolci biscotti. Veniva impastata la farina con miele, ricoperti di semi di sesamo, ed offerti, poi, alle dee Demetra e Persefone. Erano i sesamielli, perchè ricoperti da semi di sesamo. Antiche ricette quasi del tutto sparite, così come arcaiche espressioni legate ad esse.

<“Si’ nu susamiello> -sei un susamiello- si usava dire di una persona pesante. Perchè? Forse per gli ingredienti che lo componevano. Ma c’è anche un’altra versione che fa risalire l’espressione ad un tempo ancora più lontano. Susamiello era il nome di pesanti ceppi a forma di S che venivano stretti attorno alle caviglie dei condannati ai lavori forzati. <“T’ammollo nu susamiello e te faccio asci’ ‘o sanghe p’o naso> – ti do uno schiaffo e ti faccio uscire il sangue dal naso-, un po’ violento, ma rendeva l’idea! Questo perchè a Natale dobbiamo essere tutti più buoni.

Quella che segue è la ricetta della nonna, avuta a sua volta dalla mamma. E già era arricchita dalle mandorle, rispetto alla classica dello zampognaro. Purtroppo, per quanto possa io utilizzare prodotti biologi e non trattati, per quanto applichi alla precisione il suo metodo, non sono mai buoni come i suoi: altri odori, altri sapori, altre consistenze!

  1. Farina gr 500 (uso quella integrale, più simile alla farina di un tempo)
  2. poi “cocozza” -zucca candita-, cedro, scorzette di arancia e limone, abbondante (tutto candito con la ricetta della nonna che conservo gelosamente)
  3. miele gr 500 (assolutamente biologico – la nonna usava quello purissimo di una amica che aveva l’alveare)
  4. zucchero gr 200 (di canna)
  5. mandorle gr 200 (biologiche)
  6. cannella , chiodi di garofano e noce moscata q.b.
  7. un po’ di ammoniaca

Pestare le mandorle, tagliare a piccoli pezzi il cedro, le scorzette ed la zucca, aggiungere il tutto alla montagnella fatta con la farina, sciogliere il miele a bagnomaria ed unirlo, aggiungere un po’ di ammoniaca.

Impastare, ricavare dei rotolini, dare la classica forma ad S ed infornare per 15/20″ a 180°.

Buon appetito!

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