Real de Catorce, detta anche il Pueblo Fantasma, era, fino alla seconda metà dell’800, una fiorente cittadina mineraria. In seguito al crollo del prezzo dell’argento che vi si estraeva si svuotò progressivamente fino a riprendere vita molto più tardi grazie ad un turismo “particolare”. Io ci arrivai per caso con la allora compagna (era il 1999) convinto dal nostro nuovo amico locale Dtulum-riviera-mayaiego De La Vega (sì come il mitico Zorro, me lo sono fatto ripetere 10 volte). Lo conoscemmo a Tulum nella penisola dello Yucatan. Tulum è l’unico insediamento Maya conosciuto a ridosso del mare del Golfo del Messico ed è meravigliosa, ma per noi dopo circa tre giorni anche noiosa; così quando Diego in una pigra serata ci propose di visitare il centro del Messico e il deserto di Chihuahua non avemmo esitazione. Dopo le prime ore di viaggio su una macchina comprata per pochi soldi e il cui atto di acquisto si risolse in una semplice firma (sigh!) spostai la conversazione sull’ovvio:”Esattamente dove ci porti?”. Lui mi parla di un posto reso famoso da tale Carlos Castaneda ed io tentenno un po’, ma poi il lampo: “Ma certo l’antropologo e scrittore new age che nel ’68 scrisse “A scuola dallo stregone” sulla sua esperienza con uno sciamano Yaqui e il Peyote!”. La mia naturale ritrosia per le esperienze psichedeliche non fermò il viaggio perché, in fondo, ognreal-de-catorce-ogarriouno fa quello che vuole; io mi sarei limitato ad osservare. Prima di arrivare all’unica via di accesso al paese attraverso il tunnel a pagamento dell’Ogarrio (3 Km ad una sola corsia), preparatevi ad un calvario di un paio d’ore a 10 all’ora sui ciottoli del deserto che circonda Real salendo ai più di 2700 metri di quota del Pueblo. Ma era davvero delizioso: anche se a tratti fatiscenti ci trovavi posadas, bar e negozietti allegri e molto real-cattedraleparticolari, una Cattedrale dedicata a S. Francesco d’Assisi, un’Arena e un’ affascinante alternanza tra edifici che avevano il sentore della gloria di un tempo e baracche diroccate. L’unico tratto in comune tra le varie diversità culturali che vi incontrai fu il diffuso commercio del Peyote o, meglio, del suo principio attivo: la mescalina. La trovavi anche in shottini venduti nei bar. Eppure solo in Messico e solo gli indiani “animisti” Huicholes potevano raccoglierlo; questo per via della libertà di religione garantita che contrastava il divieto assoluto imposto in tutta l’America. Ci accampammo per la prima notte ai margini di una foresta di Joshua Trees, cactus stranissimi che molti avranno visto sulla copertina dell’omonimo disco degli U2. Il giorno dopo accompagnammo Diego e un suo amico locale nel deserto e lì restammo per due giorni ad osservarli raccogliere e curare quel piccolo cactus allucinogeno con una disciplina incredibile che non si può non definire “religiosa” e grande attenzione all’habitat; pare se ne raccolgliessero più di        qreal-de-catorce-peyoteuanti ne potessero nascere e ci si dovesse così, per forza assicurare che lì, dove raccolti, ricrescessero. Noi due, occidentali scettici e morti di stanchezza ci attrezzammo per tornare indietro con la giusta acqua e poco cibo. Loro in confronto erano galli da combattimento appena segnati da una goccia di sudore. Pur senza mangiare né bere alcunché tranne un’arancia ogni tanto. E’ uno dei pericolosi (solo all’apparenza benéfici) effetti del Peyote. Non li rivedemmo mai più, ma Diego ci mandò delle foto della macchina che poi si era tenuto (aveva pagato la sua quota, ma l’usanza era quella di rivenderla), con i suoi personalissimi ringraziamenti: un enorme sorriso di fronte al bagagliaio colmo di quei piccoli cactus.

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