Lo conosco da vent’anni ormai. Nicola Di Niro è un uomo della transumanza, grosso appassionato di natura, tradizioni e territorio. Se c’è qualcuno che incarna la tipicità dei luoghi, dei sapori, associata al senso dell’accoglienza e della compagnia, beh, non può che essere lui. Tra i ‘non pastori’ è la persona più vicina ai tratturi e alla civiltà contadina, che abbia mai incontrato. Sempre in giro, a caccia di idee e di prodotti da proporre su e giù per lo Stivale e spesso oltreconfine, punto di riferimento della famiglia per eccellenza della transumanza italiana: i Colantuono di Frosolone.

Più che del nostro incontro, però, vi parlerò della sua prima volta sui tratturi, che, strano a dirsi, fu una specie di incubo. “Se penso a quel giorno del lontano 2003 – spiega – riporto alla mente tutto lo scetticismo che accompagnò la visione di pastori e bovini. Avevo avuto la ‘dritta’ da un collega di Benevento: ‘Vedi che dalle tue parti, in Molise, si fa la transumanza bovina, seguila che è una cosa grossa‘ furono le sue parole tutt’altro che convincenti per uno quasi totalmente all’oscuro del tipo di ‘fenomeno’ che avrei conosciuto in seguito. Le perplessità aumentarono quando, per toccare con mano, raggiunsi Matrice, in provincia di Campobasso, sul tratturo, e mi ritrovai fermo nel traffico. Era maggio, le auto bloccate in una fila incomprensibile visto che ci trovavamo su una strada a scorrimento veloce.  Carabinieri e forestali in gran numero ai lati di una discreta folla di curiosi. Che diavolo di confusione, pensai,  bah, è questa la transumanza? Bloccare la strada per il transito di cavalli e decine e decine di bovini? Per non parlare dei pastori, cowboy di provincia con i volti increspati dal sole, che avevano per me le sembianze di nomadi fuori contesto. Senza meta”.

Nicola non lo sa, ma la ‘mazzata’ è ancora di là da venire. “Deluso, giro l’auto e torno a Campobasso, dove rivedo la carovana verso la Taverna del Cortile (contrada alle porte del capoluogo molisano), altro snodo dell’itinerario, nella speranza di capire qualcosa di più, magari lontano dal chiasso delle auto. Ma niente, l’intoppo stradale è lo stesso e pure le domande senza risposta. E’ in quel momento che decido di scrollarmi di dosso il pregiudizio per andare a fondo. ‘Scusate, dove state andando?’ chiedo. ‘Andiamo alle Quercigliole (sosta del penultimo giorno di transumanza, in territorio di Ripalimosani) ‘Posso lasciare l’auto e seguirvi?”. “Vai vai” fu la risposta pronta e lapidaria di uno dei mandriani.

Ed eccolo finalmente ansimare sull’ascesa che porta al costone che domina la vallata. Mezz’ora di cammino, forse più, e arriva la sosta. “Non resto nelle retrovie – continua – I pastori accendono il fuoco, si siedono. Vedo una donna tirare fuori da uno dei pochi mezzi presenti, diversi sacchi neri, dai quali estrae ogni ben di Dio: caciocavalli, scamorze, pane e altri formaggi freschi. Quello è stato il mio primo contatto con Carmelina Colantuono, la cowgirl più famosa d’Italia. Chi se l’immaginava che dodici anni dopo l’avrei accompagnata all’Expo, lei, così affabile e fiera, scelta come simbolo del Molise migliore”.

Nicola partecipa alla cena del pastore, mangia tutto quello che gli passa sotto il naso, ma soprattutto capisce che la carovana è in viaggio da tre giorni, direzione Acquevive di Frosolone dove si arriverà il giorno seguente. “Fu una serata difficile da dimenticare, anche perché facemmo le due di notte e lì mi accorsi che ancora non ero del tutto calato nella parte del mandriano di città”.

Uno del gruppo passa le coperte e tutti, chi prima chi dopo, si sistemano in pieno bivacco. Anche Nicola maneggia la copertona di lana ma non cede alla tentazione di dormire lì, con gli altri, vicino al fuoco, invitato a partecipare al momento forse più intimo della transumanza.  Anzi: “Sono stato scout e la cosa non mi spaventava, però, caspita, ero stato otto ore filate con loro, era notte fonda, e dovevo rientrare a casa. Voi siete matti – dissi scherzando – grazie ma devo andare”.

Il primo approccio di Nicola con la ‘sacralità’ dei riti agropastorali era stato agrodolce. Prima le perplessità, poi la scoperta e ancora i dubbi riempiono i suoi pensieri. “In verità non ero convinto che la transumanza potesse trasformarsi in una forma di turismo moderno e sostenibile. Creare sviluppo da un viaggio al seguito di centinaia di bovini, no, non ci credevo ancora”.

La svolta vera arriva quattro mesi dopo. “Accompagnai mia figlia, studentessa di ‘Economia del turismo’. Dovevamo andare a Foggia per una ricerca sui tratturi, materia della sua tesi di laurea. Ci aprirono le porte dell‘Archivio di Stato – Ufficio dogane – dove sono conservati tutti i documenti che servono a un laureando del settore e agli appassionati di storia. Vedo un tavolo con un atlante che comincio a sfogliare fino a quando trovo il Pescasseroli-Candela, tratturo Regio che tocca diversi paesi molisani. Resto affascinato da quelle linee di comunicazione così efficaci, m’innamoro dei nomi originari dei Comuni. Sono documenti di tre o quattro secoli fa che parlano di antiche vie verdi di transito. E’ fantastico, mi dico, ripensando alla transumanza che ancora resisteva. Con il tempo capisco che si trattava di strade molto sicure e trafficate, soprattutto quelle che scendevano dall’Abruzzo alla Puglia, passando per il Molise. Chiunque si avviava per quei sentieri ampi ed erbosi era tranquillo, cosa che non accadeva per esempio sulla via Appia che portava a Brindisi e da lì fino a Gerusalemme. Invece – prosegue Nicola – i ‘nostri’ tratturi si riversavano a Bari, poi da Durazzo il cammino verso Costantinopoli. Era la via più breve e sicura, via su cui in passato è transitato questo e quest’altro mondo, uomini di cultura, santi, pastori, pellegrini. La storia insomma”.

Un percorso magico ma vero, che Nicola Di Niro ha poi adattato a un altro tipo di percorso: quello della valorizzazione del territorio, inizialmente internazionale attraverso la cooperazione, poi nel tempo, sempre più locale, senza dimenticare il progetto con il quale sta chiedendo all’Unesco il riconoscimento delle ‘vie e della civiltà della transumanza’ tra i beni immateriali dell’umanità. “Da quel giorno non mi sono più distaccato da questo ‘fenomeno’ – conclude – é un amore che non può finire, che mi ha portato a seguire la carovana di pastori tutti gli anni, a girare l’Europa, dalla Francia a Salonicco, su altri fiumi d’erba, a sviluppare un sentimento quasi fraterno per la famiglia Colantuono”. Un amore improvviso, inatteso. Folgorato, in Molise, sulla via tra Pescasseroli e Candela.

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