Bruce Chatwin inizia quasi tutti i suoi capitoli facendo in modo che ovunque sia ambientato, la scoperta del territorio vada di pari passo con la scoperta del passato. E che sia vero o immaginato alla fine prevale sul viaggio vero e proprio rendendo ogni capitolo una storia a sé. Così facendo “In Patagonia” diventa il libro che descrive (e fa sognare) l’estremo sud abitato del Mondo con episodi che attraversano le scienze, la storia e le leggende meglio e più di qualunque altro. Il “cugino” Capitano di Marina Charley Milward e il brandello di pelle di Milodonte sono la più bella scusa per una digressione letteraria, stimolo per partire “alla ventura”, che io conosca. Non disponendo del talento e degli spazi di Chatwin concentrerei senz’altro la mia attenzione sulla parte della Patagonia detta “La Isla Grande” che è al di là dello stretto di Magellano e di cui ho esperienza diretta.

capibaraSiamo nella “Terra del Fuoco” o, se preferite, “Fine del Mondo”. In verità attraversai negli anni ’90 anche la “Ruta” argentina che attraversa i bassipiani settentrionali. Però l’unico ricordo vivido, oltre alla vista della “Cordillera” è rappresentato dai pascoli dedicati a quei grossi roditori che si chiamano Capibara e spezzano la monotonia del filo spinato che delimita gli sterminati allevamenti di Bovini “Angus”.

La strada che porta a Ushuaia, la città più meridionale del mondo, è un continuo dentro fuori i confini di Cile e Argentina, così prima di attraversare definitivamente lo stretto feci un salto a Punta Arenas. Non è proprio piccola (più di 100.000 abitanti), ma non offrì un granché se non fosse per Bruce che ci racconta:”

Butch CassidyErano stati a Punta Arenas nel gennaio del 1905 e lì avevano incontrato un burbero marinaio a riposo chiamato capitano Milward […] Andarono alla banca per discutere un prestito  col direttore….legarono lui e i suoi impiegati, cacciarono in una borsa 20.000 pesos e 280 sterline e lasciarono al galoppo la città”. Si trattava della banda di Butch Cassidy e allora mentre vado a comprare un biglietto per attraversare lo stretto e approdare a Natales chiedo informazioni sulla locazione dell’antica Banca di Londra e Tarapacà, così, tanto per trasformare una suggestione in qualcosa di “concreto” scimmiottando Bruce.

E poi via per Puerto Natales che è la porta di accesso verso le più imponenti montagne della Patagonia cilena, all’interno del Parque Nacional Torres del Paine. La maggior parte dei circa 20.000 abitanti si occupavano esclusivamente degli stranieri che passano di lì e fu facilissimo trovare una stanzetta in affitto a prezzi stracciati.

Quattro magnifici giorni di escursione, un po’ di riposo e baldorie, e poi via verso l’ex colonia penale affacciata sul canale di Beagle. E’ Ushuaia, la finil faro alla fine del mondoe del mondo divenuta città grazie ad un imprenditore bolognese e al lavoro di più di 2000 italiani. Furono però i carcerati della colonia/avamposto che, in precedenza, costruirono il vicino Faro di San Juan de Salvamento, reso famoso da Jules Verne ne “Il faro in capo al mondo”. Tra laghi, foreste, mare e montagne incantate è possibile anche qui durante il solstizio d’inverno osservare il sole di mezzanotte e godere di quei panorami in una luce che più suggestiva non si può proprio immaginare. D’altronde solo le Ande ci separano dalla parte cilena costellata di laghi e fiordi così simili a quelli del circolo polare opposto.

Nelle sue scorrerie in Patagonia Chatwin trova il modo di scoprire che un italiano alla fine del ‘900 era “capace di camminare per 40 miglia al giorno e lavorava solo quando aveva bisogno di stivali”; il suo nome era Garibaldi.

Osserva che gli indiani Ona (i sapiens che colonizzarono la Patagonia meridionale 10.000 anni fa e i cui molti fuochi accesi avvistati dalla “Concepsion” ispirarono a Magellano il nome del territorio) padroneggiano “un linguaggio che prevede una parola specifica per ogni singola azione o sentimento possibile”.

Vede l’incredibile varietà animale, a partire dai pinguini  a ritroso fino ai fossili di dinosauro.

E così mentre cerco di sintetizzare in poche parole un’idea di viaggio così affascinante e complessa, sento che mi dico: “E allora, che aspetti a tornare laggiù?”.

Viaggia con gli occhi dell’esploratore!

 Gian Luca Bovero

Patagonia

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