“Il Dottor Livingstone suppongo!” è la frase più celebre dell’epopea delle grandi esplorazioni inglesi del XIX secolo e, insieme, una delle più grandi e belle menzogne.

Henry Morton Stanley , il cui vero nome era John Rowlands, in realtà fu avvistato daH. M. Stanley un giovane africano che si affrettò a riferire a Livingstone che era arrivato “un altro inglese”. Stanley lo stava cercando da mesi e l’abboccamento  tra gli unici due bianchi nel raggio di centinaia di chilometri, fu, si desume dai manoscritti, poco “english” e dunque meno attraente di come è stato tramandato.

Ma chi era l’invero mai menzionato giovane africano al suo fianco? Era Kelele, un sovrano-ragazzo  che fu di fondamentale importanza sul corso del fiume Zambesi per la scoperta , tale ovviamente solo per gli europei, del “Fumo che Tuona”, o in lingua originale, Mosy-oa-Tunya. Livingstone le battezzò Cascate Vittoria, ma è l’onomatopea della lingua indigena che ne delinea felicemente il fascino ed il timore che la tempesta evoca fin dagli arbori dell’interazione uomo-natura. Soprattutto rende giustizia ad una delle sette meraviglie del mondo certamente meglio del nome applicato per ottant’anni ad ogni angolo del pianeta dai pur colti ed intrepidi sudditi di una sovrana assai longeva.

Merito dunque del re dei Kololo, che sopperì a gravi carenze organizzative non lesinandogli aiuKelele trasporta Livingstone malatoti fondamentali e ordinando ai suoi servitori di trasportarlo in barella quando si ammalò, se l’ex missionario Livingstone riuscì in precedenza a tornare in Inghilterra. Solo così poté  consegnare alla Regina Vittoria, che lo accolse come un eroe, le “Sue” cascate e intraprendere il viaggio successivo in Africa alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Fu in quell’occasione, persesi le tracce dell’intrepido esploratore, che il “New York Herald finanziò le ricerche che condussero il giornalista Stanley  al famoso incontro da “country club” sulle desolate  sponde del lago Tanganica. I due inglesi continuarono poi insieme la missione alle sorgenti del Nilo, fino a quando Livingstone, ammalatosi di malaria, morì per un’emorragia. Il suo cuore fu interrato nel luogo della morte, sul lago Bangweulu, nell’attuale Zambia.

Ora, a pensarci bene, tutti noi che ci siamo stati abbiamo lasciato un pezzo di cuore là, ma Livingstone l’ha fatto letteralmente e a me, inguaribile romantMosy-Oa-Tunyaico quanto scettico storico, questa parte ha sempre lasciato un po’ di dubbi irrisolti. Ad esempio: chi compì e avallò un’operazione dal sapore così “pagano” per un occidentale? Ho, altresì, almeno una certezza. La riuscitissima invenzione letteraria di Stanley non sminuisce i meriti e la giusta fama di grandissimi esploratori sua e di Livingstone, ma di certo ha oscurato gran parte del resto nell’immaginario collettivo. Per questo, raccogliendo la suggestione presente nel titolo di questo articolo proposta pochi anni fa da un noto giornalista di Repubblica, mi è sembrato doveroso presentarvi Kelele. E’ puro amore per storie, ahimè passate per sempre, nelle quali  ci si può immedesimare immaginando Livingstone e Kelele che osservano Mosy oa Tunya; meglio magari mentre si è, fortunati spettatori paganti, in Zambia e immersi sull’orlo del precipizio nella Devil’s Pool.

Se intanto gradite il titolo di un libro da e per il viaggio, eccolo qui: Tim Jeal “David Livingstone – Una vita per l’Africa”. Tim è un romanziere – storiografo molto ben documentato e  decisamente piacevole da leggere.

Viaggia con gli occhi dell’esploratore

Gian Luca Bovero

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