Temujin, detto Gengis khan, è a capo di uomini con occhi a mandorla e la pelle dorata per i soli estivi. Unti di grasso puzzolente, d’inverno seguono il bestiame e si aggirano al limitare dei paesi civili come un branco di lupi. Non a caso il lupo è il loro totem.  Così leggo sul libro che cita, nel raccontare la storia mongola e cinese, il resoconto fatto da un emissario del Papa Innocenzo IV.

Gengis-Khan-TemujinSbarchiamo a Ulan Bator favoleggiando impazienti su quello che avremmo potuto condividere con i “guerrieri mongoli” in un villaggio di yurte piuttosto che sulla schiena di un cavallo al seguito delle lente e continue transumanze sugli altopiani. Ma l’inizio non è incoraggiante. Gli indomiti pastori mongoli che contattiamo alla periferia della capitale si rivelano, per usare un eufemismo, di scarsa propensione al dinamismo. In ogni caso dopo qualche giorno di lentissimi spostamenti (su un camion, sigh!), ci ritroviamo immersi in un territorio davvero unico. La catena montuosa al confine con la Cina in lontananza incornicia verdi distese infinite del tutto prive di alberi, la steppa, che svelano senza dubbi il perché il popolo mongolo sia numericamente assai meno rappresentato rispetto agli animali che alleva. All’improvviso  una forte scossa di terremoto sorprende noi lasciando del tutto indifferenti i locali, bestie comprese! In Mongolia i terremoti sono più frequenti che in Giappone, ma fanno pochissimi danni proprio in virtù dell’esiguità della popolazione che pertanto quasi non se ne cura.

Finalmente dopo circa una settimana ci ritroviamo nei pressi dell’accesso alla via della seta che, in parte, attraversa il famoso deserto del Gobi. Non fummo neanche tentati di proseguire per attraversarlo e a scoraggiarci non furono le temperature (30- 40 gradi di giorno e fino a 40 sotto zero di notte).

cacciatore-mongoloIn quel remoto e storico insediamento nei pressi dell’antichissimo Monastero di Onghiin assistemmo finalmente al concretizzarsi delle nostre aspettative. In ogni angolo libero ragazzini e adulti danno strabiliante prova della loro abilità equestri con giochi ed esercizi acrobatici che hanno dell’incredibile. E, se possibile, non è meno stupefacente la loro abilità nel tiro con l’arco e la tenacia con cui si affrontano negli incontri della loro particolare lotta a corpo libero. I cacciatori, poi! Mostrano fieri i loro Gipeti ammaestrati  all’opera. “Eccolo qui il popolo di Gengis Khan!” pensiamo in coro io e i miei due compagni di viaggio. Eravamo molto più giovani e forse per questo le dune alte 800 metri, le formazioni vulcaniche o la Taiga delle cime più elevate degli Altai passarono in secondo piano, ma io a distanza di vent’anni, non ne sono affatto pentito. Quante volte ti capita di sognare di vivere l’epopea di un grande conquistatore, più efficiente se così si può dire, persino degli antichi romani e vederla lì davanti agli occhi?

Certo sublimata dall’assenza della crudeltà della guerra, ma affatto imbrigliata in un mero spettacolo circense. Meraviglioso!

Viaggia con gli occhi dell’esploratore!

Gian Luca Bovero

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