Da Folk game a “trova” il folk devil il passo è “breve”, ma il FOLK può salvare!

In Occidente è tacitamente acclarato che lo sport che “conta” è quello intorno a cui ruotano i maggior interessi economici e di audience. Non uno sport accessibile a tutti, di tipo dilettantistico, ma professionistico. Così, parecchi folk games, sono divenuti, sotto la spinta, ad esempio dei mass-media, sport che mobilitano centinaia di milioni di appassionati in un circuito mondiale, oserei dire.

Il sensazionalismo delle strategie comunicative, è la discriminante con la quale lo sport investe l’opinione pubblica contemporanea: necessità di alti livelli tecnici, attenzione al risultato etc… Anche il tifo è stato “vittima” di questo processo, così da fare notizia solo quando esce dal “consueto”, e trasgressione e violenza sono messe in primo piano. Stiamo assistendo all’eclissi della dimensione ludica! Abbiamo quindi il dovere di riproporre il gioco come essenza della cultura sportiva contemporanea. Il gioco come tipica e irrinunciabile metodologia formativa, aiuta a prendere consapevolezza di se stessi, riconoscendosi e riconoscendo l’altro da me, l’avversario”, senza il quale però giocare non è possibile! (se volete approfondire, Pedagogia e formazione delle risorse umane Di Pierluigi Malavasi)

Nel calcio, questo processo è stato evidentissimo. Le violenze che animano gli stadi d’Europa fino agli anni Cinquanta sembrano raccordarsi alla sfera comportamentale del gioco originario e, ancora oltre, alle tradizionali turbolenze ritualizzate delle classi subalterne preindustriali (dal carnevale alle feste del Misrule) delle campagne inglesi del XVII e XVIII secolo (Gillis 1981), valvole di sfogo attraverso cui la conflittualità popolare veniva incanalata e resa innocua. Correndo indietro nei secoli, oltre quel processo di regolamentazione che si sviluppa in Gran Bretagna nel corso dello scorso secolo, oltre le suddivisioni tra palla tonda e palla ovale, tra uso dei piedi e uso delle mani, troviamo alla base di questi sport moderni, un gioco medievale in cui la figura dell’attore coincide con quella dello spettatore e, ancora oltre, con buona parte dei maschi adulti in ogni singola comunità. La storia del calcio, dal XIV secolo ad oggi, coincide dunque con la storia della sua rielaborazione, da conflitto simbolico tra comunità a competizione sportiva tra atleti, a “working class”, contro le “istituzioni” dell’ormai affermato “show-biz” calcistico e via dicendo… << Il movimento Ultrà si autorappresenta come una serie di comunità che si aggregano intorno a un ideale – la squadra – e a un territorio liberato, portatrici di una necessità di aggregazione che si manifesta non soltanto all’interno del gruppo, ma anche attraverso una rete di amicizie che va oltre la comunità di appartenenza. Nel movimento, questo duplice atteggiamento diviene esplicito nei rapporti tra differenti tifoserie, nella capacità di creare rapporti con “gli altri” in positivo e in negativo; nei gemellaggi come nelle rivalità.


La cultura ultrà è tradizionalmente associata soprattutto al meccanismo dell’amico-nemico, alla percezione dell’altro come presenza inevitabilmente ostile. Come sempre avviene nel rapporto tra cultura dominante e sottoculture, anche in questo caso un atteggiamento insito nel nostro modello di sviluppo culturale e sociopolitico viene dunque “scaricato” sul Folk devil di turno [Marchi 1994]: a essere profondamente intriso di xenofobia non è specificatamente il movimento ultrà, ma il nostro modello sociale nella sua interezza, soprattutto istituzionale; e la curva rende semplicemente [e ingenuamente] più esplicito, più grossolanamente “visibile” quel che nelle istituzioni e nella cultura dominante è tanto più grave quanto più sfumato ( da un articolo di  Valerio Marchi “Dove nascono gli ultras. Il calcio visto dal basso ) >>.

Chiedo con questo articolo a tutti gli amici ballatori, danzatori, a tutte le paranze, gruppi di musica popolare e non, di dare il loro contributo! Meglio ‘na tammurriata ca ‘na guerra, meglio la stretta e il calore di un circolo circasso che non la morsa della violenza, meglio il suono dei tamburi che non quello degli spari.

Il calcio è solo un modo per veicolare prima un messaggio di pace e amicizia!

Dalla pagina Facebook Tribù Ecosport abbiamo lanciato l’hastag #abbraccialostadio, l’obiettivo è di far abbracciare spontaneamente e con libertà tutte le persone presenti negli stadi durante l’ultima di campionato. Persone, appunto, prima che tifosi!

Come scrive il mio “collega” Donato Martucci << la volontà e la voglia di confrontarsi, di vivere lo sport (e non solo, aggiungo) con gioia, deve andare oltre gli steccati ideologici. Gli abbracci sono una forma di comunicazione positiva. Un metodo sano, costruttivo e piacevole per mettere al bando ogni tipo di violenza.>>

Come partecipare:

le videotestimonanze vanno pubblicate nella nostra sezione abbracci

Grazie a tutti quelli che vorranno partecipare!

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