Brividi, timore e ammirazione. Queste le reazioni quando si ammira l’Haka, la danza di guerra della Nuova Zelanda di rugby. Quindici giocatori dal fisico non proprio longilineo in maglia nera che incutono timore agli avversari e trasmettono tutta la loro voglia di vincere. Si dispongono davanti ai “nemici” in campo e in una lingua che sembra di un altro tempo scandiscono le parole, accompagnate da gesti che davvero riecheggiano nel silenzio dello stadio. Poi, lo spettacolo, la loro forza è palese e non si limita solo all’inizio della partita. Sono i giocatori più forti del mondo.  

L’Haka nasce originariamente come danza di guerra. I guerrieri maori che si preparavano alla battaglia, proclamando la propria forza e orgoglio, prima all’interno del proprio accampamento e poi sul campo di battaglia, di fronte al nemico.  Se si fa attenzione a tutti i movimenti del corpo, ci sono contorsioni del viso e si vede in maniera nitida il bianco degli occhi che in lingua maori si chiama “Pukana”.  I “guerrieri” mostrano la lingua fuori per sfidare (“Whetero”) gli avversari. Le mani, inoltre, picchiano su cosce e sotto i gomiti per scandire il ritmo con un crescendo di suoni che hanno il loro epilogo nell’urlo finale che fa tremare ogni stadio del rugby.

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L’Haka è un’espressione di libertà, non solo una danza di guerra. Il popolo maori l’ha utilizzata per manifestare la propria gioia oppure per accogliere un ospite d’onore. La prima esibizione risale al 1888 da una selezione di rugby neozelandese, composta da Maori e Paheka (bianchi neozelandesi).

La più famosa di tutte è la “Ka Mate” che significa “E’ Morte”. Un leader dà il là alla preparazione che si divide in cinque fasi: “Vivo, muoio. Questo è l’uomo dai lunghi capelli che fa splendere il sole su di me”. Poi, si gioca, vince quasi sempre la Nuova Zelanda e c’è il terzo tempo. Un modo conviviale per vivere il dopo gara, per abbracciarci, stare insieme, condividere emozioni. Questo è il rugby: uno sport dove il rispetto è alla base di tutto.

Donato Martucci

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