La vita sul mare è diversa. Innanzitutto il tempo si smussa ed i ritmi si stemperano, e sono calcolati come un metronomo sulle onde che si poggiano sulla terra. In più per il mare non esistono razze, o religioni: nel corso del tempo ha accolto chiome bionde, occhi asiatici, nasi camusi,  barbe salafite…e a tutti ha permesso di cercare nutrimento, terre, scoperte, ricchezze, avventure, speranze. Ha trattato in ugual misura bastimenti e caicchi,  trireme e velieri; ha incoraggiato leggende e alimentato sogni.

E ancora oggi, nei momenti più disastrosi dell’umanità e più lontani dal nostro istinto e dalla nostra indole, essere a contatto con il mare ci restituisce a noi stessi, rende l’aria più spaziosa. Lo abbiamo reso una ragnatela di infinite rotte, senza possibilità di essere imprigionato. Le città di mare sono tutte uguali e tutte diverse, sono addii e benvenuti, sono il luogo di arrivo o di partenza di odori, civiltà, idee, idiomi. Ed è come se gli uomini, e le donne, di mare fossero un unico popolo con gli stessi rituali, gli stessi sguardi fieri e assorti, un esempio per chi in nome di chissà quali verità assolute ha perso contatto e percezione di sé e degli altri, rinnegato umanità e natura.

Ed il mare è sempre lì; sempre uguale e sempre diverso, pigro e sonnacchioso o impetuoso e terrificante: è come una tavola apparecchiata in azzurro o un turbinio di merletti bianchi intorno a lame di roccia.

La vita sul mare è come un libro che non si può mai finire di leggere.

Oggi la musica è un salto indietro nel tempo, è un brano antico ma riproposto in svariate versioni nel corso degli anni. Noi vi proponiamo la versione originale, un omaggio ad uno dei crooner, degli chansonnier, che ha segnato un’epoca: Charles Trenet. Il brano, ovviamente, “La Mer”.

Fabio Magrì

 

 

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