Non è che io possa dire di conoscere Rio de Janeiro; e questo nonostante ci sia stato due volte in qualità di fortunato addetto al montaggio delle alte strutture che supportano il palco del rinomato festival “Rock in Rio”. Quando hai 22 anni Copacabana non te la perdi di certo (forse neanche a 90), un salto al Cristo Redentore e al Pan di Zucchero neanche, ma per me in definitiva c’è poco altro da raccontare comprese le rare scorribande notturne da tutti sconsigliate per la loro pericolosità (anche se dannatamente divertenti).

Il Maracanà, che chissà quanti appassionati calciofili vorrebbero vedere almeno una volta,  era il posto in cui io ho invece, per dovere, passato la maggior parte del tempo accompagnato dal gran rock ‘n’ roll non stop dei giorni del festival. Ma non è certo la maestosità del tempio dello spettacolo non solo calcistico il ricordo più forte di quell’esperienza in Brasile. Anche se, in un certo senso, ebbe inizio tutto lì.

Vi ho già in precedenza accennato di come nelle grandi produzioni di eventi rock lavorino persone provenienti letteralmente da ogni angolo del mondo; non tutti parlano inglese, anzi. Spesso la maggior parte ne mastica a malapena a sufficienza per chiedere ciò di cui ha strettamente necessità e stop. Così, abbarbicato sui tubi Layer della torre in costruzione ascolti, tra un martellio e l’altro, parole in portoghese, italiano, francese, copto, arabo, tedesco, danese e chi più ne ha più ne metta. Mi è capitato persino di farmi spiegare che quel tale parlava “Cockney”, che è un particolare e praticamente estinto dialetto di alcuni sobborghi di Londra.

Sarà la formazione cattolica a influenzarmi, ma mai più nella vita mi sembrerà di essere partecipe, io sulla Torre di Babele, del momento esatto in cui il Signore, infuriato per l’arroganza degli uomini che volevano sfidarlo costruendo un’edificio che lo raggiungesse in Cielo, li punì condannandoli a non capirsi più l’un l’altro. Fuori di catechesi la fortuna fu, durante gli spettacoli, di avere compiti più blandi, così da poter ritagliare, tra un brano di una fortissima band sconosciuta e uno degli Iron Maiden , un po’ più di tempo libero. Tempo per lo più e quasi per forza, data la favorevole situazione, dedicato a incontrare persone, conoscersi e soddisfare le più disparate curiosità nel costante tentativo di superare le barriere linguistiche.

Fu così che un cuoco venezuelano invitò un italiano (io), un danese e un neozelandese (come nelle barzellette) a visitare il suo paesino natio sito in Amazzonia appena oltre il confine brasiliano. Come rifiutare! Vi risparmio il racconto del viaggio affrontato masochisticamente  con svariati mezzi limitandomi a ricordare che fu, per fortuna, allietato da frequenti incontri con ragazzi e ragazze che, magia dei luoghi, hanno già nostalgia di te nel momento stesso in cui cominciano a parlarti: è l’incomprensibile saudade brasiliana molto ben descritta nella poco compresa canzone di Chico Buarque de Hollanda “A Banda”. Non è mera nostalgia, ma un sentimento più complesso, profondamente e storicamente radicato nei comportamenti quotidiani di quella gente. E sono stra degni di nota anche i musicisti di strada che suonavano strumenti così particolari. Uno su tutti il Berimbau .

Non vi risparmio invece il ricordo di ruspe perennemente in movimento per mantenere sgombre assurde vie di comunicazione altrimenti impraticabili che contornano coltivazione strappate alla foresta, negozietti che vendevano kit completi per cercatori d’oro e solo per ultimo accenno i pochi passi (due o tre giorni) nell’intricata foresta che è, seppur affascinante, quanto di più lontano dal concetto di “confort” che si possa avere. Chi dice il contrario mente spudoratamente; io me la sono andata a cercare e non me ne pento affatto, ma questa è la verità.

Invece La Foresta Amazzonica è “casa assai confortevole” per gli Indio Yanomami che conoscemmo presso una Casa dei Padri Missionari della Consolata. Erano pochi individui, i primi studenti indigeni dei cosiddetti “costumi civili”, e rappresentavano un popolo che ancora oggi deve, incredibilmente, capire quali sono i suoi diritti, prima di difenderli. (Il mio sarcasmo non è certo speso per loro; mi auguro si capisca).

Eppure fanno parte di una razza che pratica una forma di democrazia preistorica, ma efficiente al punto da non necessitare di un capo; le complessità sociali vengono tutte risolte tramite discussioni collettive in cui ognuno può esprimere la propria opinione. E’ un popolo che riesce a provvedere ai suoi fabbisogni quotidiani in non più di quattro ore al giorno dedicando il resto del tempo allo svago ed alla socializzazione. alla faccia dell’inciviltà!

Neppure la vivida memoria delle notti di Rock in Rio attenua la “saudade” di quel ricordo impedendomi di pensare che, probabilmente mi sfugge qualcosa, ma di sicuro le differenze tra “Noi” e “Loro”, con buona pace della Biblica Punizione, non dipendono dal lessico.

Viaggia con gli occhi dell’esploratore

Gian Luca Bovero

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here