L’ammutinamento del Bounty è probabilmente il più famoso atto di sedizione della storia. Jules Verne gli dedicò un romanzo e almeno tre film furono ispirati da quella vicenda. E’ una storia complessa e affascinate ambientata nel dedalo di arcipelaghi che compongono la Polinesia  del Pacifico meridionale.

Il Bounty era un vascello commerciale (armato però di 4 cannoni) che salpò dall’Inghilterra il 23 dicembre 1787 con l’intenzione di raggiungere Tahiti doppiando Capo Horn. L’ordine di partire, arrivato in ritardo rispetto alle speranze del comandante William Blight, rese di fatto impossibile seguire tale rotta a causa del tempo pessimo. Così, dopo aver tentato per 31 giorni di doppiare il capo, dovette invertire la rotta e dirigere verso Tahiti navigando verso est. I viaggi in nave erano piuttosto duri di per sé, così ogni inconveniente costava tempo e generava malumori tra tutti i membri dell’equipaggio che vedevano allungarsi fatalmente i giorni di fatica e costrizione.

Tahiti fu comunque raggiunta dopo aver anche battezzato, col nome della nave, delle isole al largo della Nuova Zelanda e lì  cominciò tutto.

 Le donne Polinesiane si dimostrarono molto disinibite e prodighe di conforti per gli stanchi  uomini del Bounty e incredibilmente ciò avvenne con il beneplacito della popolazione maschile. Alcuni storici sostengono che fu dovuto alla locale consapevolezza dei danni provocati dall’eccesso di consanguineità; così si spiegherebbe questa stranezza che fece passare decisamente in secondo piano la tendenza dei polinesiani alla pratica del cannibalismo. Persino l’ammiraglio Cook declinò, sbarcato sull’isola di Tonga armato fino ai denti, “un gentile invito a pranzo” degli indigeni.

Mettetevi ora nei panni dell’equipaggio che, dopo sei mesi di quella vita meravigliosa a Tahiti ancora oggi meta agognata dall’intera popolazione mondiale, si ritrova in viaggio a faticare su un vascello stipato all’inverosimile di inutili alberi del pane. Infatti il 28 aprile del 1789: “I’m in Hell!”, grida il capo dei rivoltosi Fletcher Christian al comandante Blight abbandonato su una scialuppa insieme a 17 membri fedeli dell’equipaggio, “Sono all’inferno!”. Probabilmente, oltre alla liberazione sessuale di Tahiti, molta influenza ebbe l’assunzione di una particolare bevanda allucinogena estratta dal Ti, una radice locale, ma come biasimare del tutto chi sfida una sicura condanna a morte per andare a caccia del paradiso?

Mentre gli ammutinati tra varie peripezie girovagano per gli arcipelaghi alla ricerca di un posto per fondare la loro colonia (inizialmente individuato nell’isola di Tupuai dove costruiscono un fortino prima di dividersi in due gruppi), Blight confeziona un capolavoro di marineria ancora oggi imbattuto: percorre in 47 giorni, su uno scafo aperto, con scarsissime risorse e un sestante rotto, 6.700 chilometri. Lo fece con un unico scalo sull’isola di Tofua, fatale ad un membro dell’equipaggio ucciso da indigeni ostili, approdando infine in una colonia olandese sulle coste australiane. Da lì, abbandonati i suoi uomini infettati da svariate malattie tropicali, ritorna in Inghilterra e organizza la caccia ai fuorilegge.

E’ il Comandante Edwards  a capo della spedizione punitiva sulla nave “Pandora” che giunge a Tahiti il 23 marzo 1791 e scopre che nel frattempo due degli ammutinati erano già morti in una disputa per cause, direi, assai suggestive. Infatti uno di questi, Churchill, divenuto molto amico di un capo di un’isola vicina, alla morte di questo fu eletto capo a sua volta, ma il suo amico Thompson durante una lite lo uccise e fu poi vittima della vendetta dei neo-sudditi di Churchill. Edwards ne trova così solo altri otto e li traduce in Inghilterra nonostante un naufragio in cui morirono 4 di loro e 31 membri dell’equipaggio. La saga però, evidentemente, non si esaurisce qui!

John Adams

Gli altri ammutinati si erano rifugiati, dopo aver imbarcato a Thaiti 12 donne (e alcuni uomini come braccianti), sull’isola di Pitcairn;  era stata  scoperta da poco, ma, poiché la sua posizione sulle carte nautiche era errata,  in pratica rimaneva sconosciuta. Fu lì che il marinaio John Adams, imbarcatosi sul Bounty con l’alias di Alexander Smith, nel 1800 rimase, a causa di sanguinose faide intercorse, l’unico maschio adulto sopravvissuto. Ispirato dalla religione, Adams prese le dieci donne e i 23 bambini presenti sotto la propria ala protettrice e cominciò, da incontrastabile patriarca, a educarli con i libri trovati sul Bounty, atto che gli valse l’approvazione della puritana società del Regno Unito che riscoprì Pitcairn nel 1818 su indicazioni della marina statunitense..

La colonia fu portata ad esempio di come, tramite soltanto una Bibbia, esposta oggi nel museo locale di Adamstown, e un libro di preghiere, anche un fuorilegge potesse convertirsi e costruire una comunità pacifica, serena e invidiabile. Grazie a questo, gli isolani di Pitcairn furono “adottati” e l’isola continua ancora oggi, dalla morte di Adams avvenuta nel 1829, ad essere un protettorato inglese.

E’ una storia completamente vera e difficilmente più sintetizzabile di così, ambientata in luoghi in cui la sabbia è talmente bianca e fine da sembrare talco e il cui intreccio sembra un moderno telefilm a base di sesso e religione, droga e violenza; eppure, per quanto straordinaria appaia, è accaduta in un’ epoca in cui tutto ciò si poteva, almeno a quelle latitudini, considerare “normale”!

L’isola Pitcairn

“Viaggia con gli occhi dell’esploratore”

Gian Luca Bovero

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